Così i «rossi» uccidevano anche gli altri partigiani. Dal nuovo libro di Giampaolo Pansa

Set 7, 2017

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    Nel nuovo libro di Giampaolo Pansa la tragica vicenda di un ribelle che disse no ai comunisti

    «Una delle prime bande salite sull’Appennino modenese era capeggiata da una figura insolita: Giovanni Rossi, trentun anni, un bracciante agricolo di Sassuolo che aveva combattuto in Jugoslavia da graduato nel nostro esercito.

    Era ritornato a casa con qualche esperienza della guerriglia, come l’aveva vista condurre dai partigiani comunisti di Tito.

    Subito dopo l’armistizio, Rossi incontrò dei giovani che la pensavano come lui e come lui erano difficili da definire. Erano antifascisti del tipo che oggi chiameremmo idealista o romantico. E soprattutto non volevano restare con le mani in mano, ad aspettare nascosti la fine della guerra. Nacque così la Banda del Bracciante: pochi uomini, ben armati e molto decisi a combattere. (…)

    L’esordio di Rossi nella guerriglia fu spettacolare. Il 7 gennaio 1944 venne assalita la caserma della Guardia nazionale repubblicana di Pavullo nel Frignano, sull’Appennino modenese. Rossi catturò una ventina di carabinieri e undici militari tedeschi. Si lasciò alle spalle un solo morto: un sergente della Gnr che tentava di fuggire».

    «Quale sorte ebbero quei trenta prigionieri?» domandai.

    «Confesso di non saperlo. Forse qualcuno dei carabinieri passò nella banda di Rossi. Gli altri militari della Benemerita è possibile che siano stati rimessi in libertà per consentirgli di ritornare a casa. Ma temo che gli undici soldati tedeschi abbiano incontrato una brutta fine».

    Il colpo di Pavullo procurò al Bracciante la fama di essere un comandante capace. La sua banda si ingrandì sino ad arrivare a settanta uomini. Una quindicina di loro erano reggiani. E tanti altri li stavano raggiungendo, partendo dal capoluogo.

    «Che aspetto aveva Rossi?» chiesi a Adele.

    «Me l’ha descritto una signora vicina ai novant’anni che nel 1943 aveva conosciuto bene il comandante. Allora era una ventenne disinvolta e coraggiosa. Credo che si fosse innamorata di Rossi.

    «Lui era un giovane alto, robusto, con una folta barba nera. Aveva il modo di fare del capobanda: duro, autoritario, sempre pronto a esporsi, il primo nell’assalto e l’ultimo a ripiegare. Ma la signora che forse era stata una fiamma del Rossi mi rivelò anche altro. Riguardava l’atteggiamento del Bracciante partigiano nei confronti del Pci».

    Adele mi raccontò che cosa aveva saputo: «A Rossi non piaceva trovarsi tra i piedi un partito politico. E meno che mai l’unico presente sul campo all’inizio del 1944. Non nascondeva di essere tenacemente contrario a mettersi sotto la bandiera comunista. Forse per il ricordo degli orrori che aveva visto commettere in Jugoslavia dai partigiani dell’Armata popolare di Tito. E aveva respinto tutte le proposte dei dirigenti comunisti di Modena che gli chiedevano di aggregarsi alle Brigate Garibaldi. Il Pci modenese iniziò a considerarlo un anarcoide pericoloso, all’incirca come la banda dei fratelli Cervi. Il giudizio su Rossi divenne più aspro quando si rifiutò di accettare dentro la sua formazione un commissario politico comunista. Subito dopo respinse la proposta di scendere in pianura per assumere il comando di un gruppo di gappisti legati al Pci. Forse non gli andava di sparare nella schiena a civili fascisti o a piccoli esponenti della Repubblica sociale. Non era fatta di questi delitti la sua idea di guerra partigiana».

    Osservai: «Il Bracciante capobanda non si rendeva conto del pericolo che stava correndo? Non è azzardato dire che l’esperienza della guerriglia comunista di Tito non gli aveva insegnato molto…».

    Lei sospirò: «Tu sai meglio di me che gli esseri umani non sono dei robot. Ciascuno di noi si muove come gli suggerisce il carattere. Quello di Rossi nessuno poteva cambiarlo. La proposta di mettersi agli ordini del Pci gli venne presentata da un compagno sperimentato che in seguito diventò il commissario politico delle Garibaldi sull’Appennino modenese.

    «Non è rimasta traccia del suo colloquio con Rossi» continuò Adele. «Ma non è arbitrario supporre che l’inviato del Partitone gli abbia spiegato con parole semplici la strategia dei comunisti reggiani. Era fondata su un principio ferreo: le formazioni ribelli che nascevano sull’Appennino dovevano mettersi agli ordini del partito».

    «Rossi aveva firmato la propria condanna a morte» osservai.

    «Andò esattamente così» confermò Adele. «Ma lui non era convinto di rischiare la pelle. Forse si fidava troppo di se stesso e della propria banda. Bisogna tener conto di quel momento storico. La guerra partigiana era appena agli inizi, nessuno poteva supporre che i comunisti sarebbero diventati il potere dominante e senza nessun concorrente. (…)

    Purtroppo non rimane molto da dire. Il 28 febbraio 1944 due partigiani comunisti arrivarono di notte sino alla base di Monterotondo, una località di Frassinoro, a mille metri di altezza. E ammazzarono a rivoltellate il Bracciante mentre dormiva su un saccone di paglia. Il comandante riposava da solo in una stalla. E nessuno si accorse di nulla…» . Il Giornale.it

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