Dai flop delle sindache a Di Maio. Una serie nera che non finisce più

Giu 12, 2017

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    Il miracolo Raggi e Appendino non si ripete: urla e proteste non pagano. I big restano in silenzio.

    Roma – Chi suona il requiem per i Cinque stelle dopo la debacle di ieri va troppo di fretta.

    La forza di Grillo non si può misurare, almeno non solo, nelle città. È vero però che la sfilza di cifre singole piovuta dagli exit poll sia un colpo peggiore del previsto per i vertici del MoVimento: Verona 8%, Lecce 7%, Padova 5%, Parma 3%, Catanzaro 5%. Va meglio a Palermo e Genova, ma perfino nella città di Grillo i pentastellati sono fuori dal ballottaggio. La verità è che il miracolo di Raggi e Appendino non si è ripetuto: candidate semi sconosciute che conquistano a valanga città dominate in precedenza dominate dai partiti tradizionali. Se quello era un segno della potenza di fuoco della polemica anti casta, una forza così dirompente da vincere sui territori anche senza avere l’organizzazione di partito, fidando solo sul voto d’opinione e con la sola forza della figura istrioneggiante di Beppe Grillo. A quanto pare non basta più. La cambiale in bianco della protesta fatica a reggere e, almeno sul voto delle amministrative, potrebbe aver pesato anche la via crucis del governo di Virginia Raggi a Roma.

    Al momento del voto nazionale scatteranno molle e motivazioni diverse, ma non c’è dubbio che avere un certo numero di sindaci a provare che i grillini possono governare e non solo contestare avrebbe potuto aiutare.

    Ieri sera faceva impressione il silenzio dei vertici pentastellati. Sul Blog, unica voce con investitura ufficiale del MoVimento, nemmeno una parola. Grillo silente, pur essendosi speso nella campagna elettorale girando di città in città. E spariti pure i portavoce, incluso l’eterno potenziale candidato premier Di Maio. Il quale potrebbe essere il primo a pagare per il flop, essendo il responsabile enti locali dell’M5s. La scelta dei candidati, formalmente affidata al solito misterioso voto della Rete, salvo correzioni di rotta del timoniere Grillo, potrebbe essere il primo elemento d’accusa nel processo contro Di Maio. Nel MoVimento qualcuno fa già trapelare la critica: «Chi ha deciso la linea a Genova e Palermo ora deve farsi da parte». Nel mirino c’è proprio lui, il delfino che all’interno del MoVimento ha visto progressivamente indebolire la propria posizione, mentre cresce la forza dell’ala oltranzista. Alla fine, come sempre, a far pendere la bilancia da una parte o dall’altra sarà sempre Grillo, ma non c’è dubbio che a Di Maio potrebbero essere imputati una serie di errori, incluso il fallito patto in Parlamento per fare la legge elettorale, di cui lui era tra gli artefici. E infatti all’indomani del flop è balzata in evidenza la figura di Roberto Fico, leader dell’ala dura, quella che fa più legata all’M5s della prima ora, tanto rinfrancato da parlare della possibilità di una propria candidatura a premier, pur affrettandosi che, lui, sarebbe stato «solo un portavoce». E anche questa poteva suonare come una frecciata al rivale più «presenzialista».

    Tra i pochi pentastellati che parlano in chiaro spicca il parlamentare Danilo Toninelli che fa l’ottimista: «Vedrete che saremo se non la prima la seconda forza politica nazionale». Ma a mostrare nervosismo è un senatore M5s, Maurizio Bucherella che ha subito gridato ai brogli a Lecce: «Hanno comprato i voti di giovani questi figli di p…». Il Giornale.it