Io, bracciante per un giorno scartato perché italiano

Lug 13, 2017

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    I caporali nel triangolo agricolo del Sud: “Assumiamo solo stranieri, voi create problemi e volete il contratto”.

    «Il lavoro per gli italiani c’è» è una delle frasi più abusate da un po’ di anni a questa parte. In genere si parla di lavori manuali presso cantieri, botteghe, ma soprattutto nelle campagne, nell’immaginario luoghi disdegnati dalle nuove generazioni di italiani.

    Sono i cliché che si annidano e resistono nonostante le depressive percentuali sull’occupazione (il 12% totale e il 40% tra i giovani), di fronte alle quali non dovrebbe esserci stereotipo che tenga.

    Nel cuore del Paese, tra le province di Napoli, Isernia e Frosinone ci sono alcune delle aree più fertili del Paese. Alcuni lo chiamano triangolo agricolo, per la vocazione storicamente contadina della zona e per la geometria che creano le linee immaginarie unendo le tre città, quasi in risposta al più famoso triangolo industriale settentrionale di novecentesca memoria.

    Qui tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate c’è molta terra da lavorare. Ogni stagione di raccolta coinvolge migliaia di persone e centinaia di famiglie. A volte l’annata va male o arrivano meno commesse, e allora un’intera economia locale rischia di collassare. Siamo per larga parte ancora un Paese contadino, e troppo spesso ce ne dimentichiamo. Il «triangolo» sembra essere l’habitat ideale per capire lo stato di salute di un intero settore. Come giovane italiano senza lavoro, in partenza di prima mattina, l’idea è quella di cercare un posto come operaio agricolo con un regolare contratto e, di conseguenza, un salario orario che vada oltre le dita di una mano. Perché per definirsi lavoro ci sono precisi requisiti immutabili di cui tener conto, altrimenti si chiama sfruttamento.

    Ad Isernia, in Molise, ci sono diverse coltivazioni per la raccolta delle mele. Quasi per caso mi ritrovo nell’ufficio/roulotte di un caporale romeno. Appena mi vede prova a cacciarmi, ha riconosciuto che sono italiano, come fosse un peccato mortale. Nemmeno mi fa parlare, ma riesco a strappargli alcune parole in un italiano maccheronico: «Assumo solo romeni come me, li conosco e sono bravi ragazzi, mi fido. Al massimo indiani, hanno bisogno e non danno fastidio a nessuno. Voi via!». Seguo il suo consiglio, vado via, sentendomi un po’ vittima di quel grande paradosso chiamato Italia in cui un caporale straniero può parlare di assunzione quando invece assolda nella completa illegalità. Ecco, pure l’etimologia del termine «assunzione» ha cambiato natura.

    Nelle vastissime campagne della provincia di Napoli non c’è solo Terra dei Fuochi, ma ancora tanta terra sana da cui nascono molti dei prodotti che finiscono nelle nostre bocche. Qui incontro un agricoltore italiano proprietario di un’azienda per la raccolta di pomodoro e tabacco (la Campania ne è piena) durante i mesi estivi. Chiedo un contratto stagionale o di qualche mese, mostro il curriculum, ma non c’è verso. «Sei italiano e vuoi un contratto, non mi servi». La paga è di 20 euro a giornata per 12 ore, dall’alba al tramonto, ovviamente in nero. Insistendo e appellandomi alla sua compassione, continua: «Se anche ti andasse bene lavorare a nero non ti prenderei comunque. Ho avuto degli italiani che poi mi hanno creato problemi, chiedevano sempre di essere regolarizzati, di lavorare di meno, si lamentavano, qualcuno mi ha fatto causa. Non ne voglio più sapere». Razzismo al contrario, direbbe qualcuno. La verità è che ormai si fa di tutto per abbassare i costi di manodopera, specie in uno dei settori meno controllati dallo Stato.

    A Frosinone, nel cuore del basso Lazio, si avvicina inesorabile il periodo di vendemmia. Qui conosco un uomo italiano di 49 anni, da tre mesi arranca tra le campagne della zona. Faceva il contabile in un’azienda di elettrodomestici, è stato licenziato lo scorso gennaio ed è diventano bracciante agricolo a giornata. Oggi ha il viso più vecchio di quanto dovrebbe, gli occhi spenti e la fronte sudata. «Avevo uno dei lavori più sicuri della mia azienda – mi dice Giuseppe – ma l’impennata verso il basso della produzione nel settore dell’elettrodomestico ha messo in crisi lo stabilimento. Nel giro di un mese sono passato dalla sicurezza di un posto al licenziamento». Giuseppe mi indirizza dal «capo» per chiedere lavoro. «Non ci sono problemi – risponde il padrone – ma ti avverto, è tutto a nero. Faccio un solo contratto all’anno per non avere rogne, e se lo prende il primo che arriva. Per gli altri sono 25 euro a giornata. Ma se parli troppo o mi disturbi con pretese te ne vai a calci e prendo un extracomunitario che fa tutto zitto». Evito il rischio di ricevere pedate e declino, ripensando che c’è ancora qualcuno che dice che in Italia il lavoro basta cercarselo.

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