La morte meglio della vita … di Gianni Toffali

Dic 19, 2017

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    Gianni Toffali

    Riceviamo e pubblichiamo

    Nei giorni scorsi il governo ha approvato ciò che sulla carta si scrive DAT (Disposizione Anticipata Trattamento, ma più realisticamente si legge eutanasia, o meglio, diritto al suicidio. Le statistiche hanno accertato che negli ultimi anni i tassi di suicidio sono in continuo aumento su tutto il pianeta. A prescindere dai fattori che inducono all’estremo gesto, ad ogni singola vita spezzata, l’opinione pubblica esprime rammarico e dolore. Delusione e sconforto, che però, strano a dirsi, riguarda unicamente i suicidi consumati fuori dalle strutture ospedaliere. In termini chiari: l’atto di chi si butta dal ponte è sì considerato doloroso, ma anche se non apertamente confessato, come un gesto vile e spregevole.  Al contrario, l’atto chi decide di togliersi la vita da un letto di ospedale, viene elevato al rango di eroicità. La domanda che ogni sano di monte dovrebbe porsi è: è logico pretendere la libertà di suicidarsi in ospedale e al tempo stesso rammaricarsi per il suicidio dal ponte sull’autostrada? E’ un paradosso che fa crollare qualunque pretesa liberalizzazione: chi approva il primo suicidio e disapprova il secondo sa dirci chi è autorizzato a decidere chi è degno di suicidarsi o meno? Se il suicidio è libertà, perché preoccuparsi per il loro dilagare, e su che basi ammettere o estromettere una persona da quello autorizzato dalla legge? Tanto vale approvare tutti i suicidi, anche quello del ragazzino abbandonato dalla fidanzata o quello della ragazza che va male all’università. Il tragico è che, in nome della solitudine (prima causa dei suicidi) innalzata a sommo tribunale e chiamata liricamente “autonomia”, nessuno sarà mai più autorizzato a salvare il suicida, dato che i legislatori, spiegano che a decisione presa, ogni interferenza verrà considerata alla stregua di un reato. Il suicidio, checché ne dicano i cultori della morte, non è un atto libero, eroico e dignitoso, ma un tardivo richiamo alla vita, un grido di aiuto che pretende risposte terapeutiche e soprattutto esistenziali. Appare lapalissiano che uno stato che apre al suicidio e che si deresponsabilizza dall’obbligo della solidarietà, non opera per il bene del paziente, ma semplicemente perché considera i cittadini oggetti guasti di cui disfarsi. Per le casse della Sanità pubblica, le “riparazioni” costerebbero troppo, molto meglio convincere i poveretti, che la morte è meglio della vita.

    Gianni Toffali

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