L’amico della toga “Franco mi parlò del plotone e di molto altro”

Lug 24, 2020

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    «Di quel tentativo di registrare la discussione in camera di consiglio io non ho mai saputo nulla. Se Dedi l’ha fatto è la prova di quanto fosse turbato per trovarsi coinvolto in un plotone di esecuzione». Dedi è Amedeo Franco, il giudice di Cassazione, morto nel 2019, componente del collegio che il primo agosto 2013 condannò Silvio Berlusconi a quattro anni per frode fiscale e che poi confessò al Cavaliere quanto quella sentenza fu «pilotata da molto in alto». Chi parla è invece Giuseppe Moesch, amico fraterno di Franco, professore di Economia applicata, vasta esperienza all’estero, consulente di vari governi italiani, una passione per la cultura e la politica coltivata e maturata nella squadra di giovani talenti che affiancava Giovanni Spadolini presidente del Consiglio.Incontro il professore nella hall di un hotel romano. «Non ci sto esordisce a fare passare Amedeo come un opportunista che prima firma una sentenza e poi si pente per chissà quale tornaconto. Io c’ero e so bene che le cose non sono andate come qualche scribacchino vuole fare intendere».

    In che senso, professore, lei c’era?

    «Io ero accanto a Franco nei giorni della sentenza, in verità sono stato accanto a lui negli ultimi cinquant’anni, ero con lui la sera prima che morisse e pure qualche minuto dopo. Ma questa storia di Franco e della sentenza Berlusconi non la si può capire se non si riavvolge il nastro della sua vita».

    Riavvolgiamo. Che rapporto avevate?

    «Lo definirei con un termine giuridico: commensali abituali. Lo conobbi agli inizi degli anni Settanta, faceva parte della compagnia pescarese della mia futura moglie che io conobbi a Napoli. Andammo al suo matrimonio e rimanemmo in contatto quando lui iniziò la sua carriera a Milano. Poi dal ’78 ci siamo ritrovati entrambi a Roma e la nostra amicizia si è cementata, tanto che fu il testimone di nozze, rimasto io vedovo, della mia seconda moglie. Da allora almeno una volta alla settimana ci trovavamo a cena a discutere e confrontarci».

    Che uomo era il giudice?

    «Colto, sensibile, gran lavoratore e profondo conoscitore del diritto. Sul campo mosse i primi passi a Milano con il giudice Alessandrini di cui divenne grande amico. La sua barbara uccisione a opera delle Brigate Rosse, credo fosse il 1978, è un trauma che si è portato dietro tutta la vita e che ha rafforzato il suo senso del dovere, della giustizia come missione».

    E che giudice era l’uomo?

    «Era tra i grandi esperto di diritto pubblico e costituzionale, studiò con il professor Franco Modugno, oggi giudice costituzionale e ritenuto una vera autorità, di cui divenne allievo e poi amico e collaboratore. Fu proprio Modugno a spingerlo inutilmente per ben due volte verso la carriera universitaria».

    Inutilmente?

    «Sì, per ben due volte vinse il concorso, e per due volte rinunciò alla cattedra, pur continuando a insegnare come esterno. Fu per lui una scelta per certi versi dolorosa. Avrebbe voluto fare il professore ma non poteva fare a meno di fare il magistrato e questo rebus lo tormentò a lungo, il senso del dovere verso la toga che portava, il rispetto assoluto per l’istituzione giustizia alla fine vinse».

    Era convinto che la magistratura meritasse tanto rispetto?

    «Lui sì, assolutamente. Ma non è che non vedesse ciò che accadeva nel suo mondo. Era profondamente turbato e infastidito quando in qualche suo collega questo rispetto veniva meno, su questo ebbi modo di assistere ad alcune sue discussioni con un altro grande giudice costituzionale, il professore di Diritto Carlo Mezzanotte. I due erano amici e si stimavano».

    Vi capitò mai di parlare della giustizia politicizzata?

    «Certo, ne parlavamo spesso e lui, come del resto io, era profondamente disgustato. Un paio di volte mi è capitato di accompagnarlo a votazioni per il Consiglio superiore della magistratura. Non era sereno, sapeva che la politicizzazione del Csm stava diventando sempre più pressante e invadente. Viveva tutto questo con grande irritazione, a volte addirittura sofferenza, perché non poteva essere una giustizia faziosa l’approdo per cui aveva rinunciato alla carriera universitaria».

    Di politica parlavate mai?

    «Certo, ma non creda. Franco non aveva una visione settaria della politica. Non l’ho mai sentito criticare o difendere un partito o un politico a prescindere dal merito. Veniva da una famiglia profondamente cattolica, anche se lui era sostanzialmente laico, e i suoi valori erano quelli della morale cattolica, della giustizia giusta e eguale per tutti. Può essere, immagino, che votasse per partiti di centro, certo non ha mai avuto idee estremiste né era affascinato da ideologie marxiste».

    E della condanna di Berlusconi in primo e secondo grado che pensava?

    «Guardi, serve una premessa. Il tormento di Franco era che dalle sue decisioni potevano discendere conseguenze molto importanti per le persone coinvolte e anche per la collettività intera. Per questo era uno che studiava i casi in modo maniacale. Credo che sia l’unico testimone di nozze che prima di firmare l’atto lo ha letto tutto, in ogni dettaglio. Glielo ho visto fare al mio matrimonio tra lo stupore dei presenti».

    E quindi, tornando a Berlusconi?

    «Quindi, ben prima del suo coinvolgimento diretto nel processo, essendo lui un grande esperto di questioni tributarie, si era fatto l’idea che non ci fossero i presupposti per una sua condanna, cosa del resto poi confermata da una sentenza del tribunale civile di Milano. Ma soprattutto».

    Soprattutto?

    «Soprattutto non c’era motivo di accelerare il giudizio della Cassazione incardinando il fascicolo nella sessione feriale di agosto invece che in quella naturale in autunno. Da subito gli sembrò un’anomalia, una forzatura sospetta».

    Eppure finì proprio in quel collegio

    «Un caso. Lui, giudice anziano, si trovò a fare parte di quella corte solo perché era sua abitudine lavorare a Roma d’estate con l’aria condizionata e prendersi le vacanze in altri periodi dell’anno. Si figuri che anche io non potevo partire prima dell’8 agosto, giorno del suo compleanno, entrambi ci tenevamo a passarlo insieme».

    Quindi iniziano le udienze.

    «Già, e da subito mi aveva confidato il dissenso con gli altri magistrati del collegio che sembravano prevenuti, come se la sentenza fosse già decisa da prima. E che…».

    E che?

    «Me lo disse con estrema chiarezza: ci sono pressioni molto forti, da più parti e alcune da molto in alto per chiudere velocemente la questione con una condanna. Mi disse che qualcuno lo stava spingendo a uniformarsi e non sollevare eccezioni».

    Nomi?

    «Non me ne fece, né io osai chiedere. Ho solo insistito più volte sul fatto che se il suo disagio era così forte non doveva tenerlo dentro, doveva manifestarlo, che il suo rispetto per le istituzioni doveva portarlo necessariamente a prendere una posizione di dissenso ufficiale rispetto a quello che stava accadendo».

    In che modo avrebbe potuto farlo?

    «Su questo abbiamo avuto discussioni molto accese, io gli consigliavo di fare una relazione di minoranza o di non firmare la sentenza».

    E lui?

    «Mi ribatteva che un singolo magistrato non può permettersi di sfasciare l’istituzione giustizia. Mi ripeteva: Se faccio una cosa del genere viene a galla tutto, non posso essere io a sfasciare il mio mondo. Era prigioniero della sua rigidità, ha soffocato il suo senso di giustizia per rispetto della giustizia. Una cosa difficile da capire se non conosci l’uomo».

    Già, perché alla fine ha firmato la sentenza.

    «Non esattamente. Lui come relatore avrebbe dovuto scriverla la sentenza, invece si limitò a scrivere la premessa e si rifiutò di scrivere il resto pur apponendoci la firma per quello che lui riteneva una ragione di stato, per quel senso del dovere di cui ho parlato. Fu il massimo del compromesso con sé stesso che trovò per lasciare un segno del suo disaccordo».

    Ma non bastò …

    «Certo, tra l’altro anche se avesse scelto nettamente rispetto alla sentenza poco sarebbe cambiato, in camera di consiglio sarebbero stati sempre quattro contro uno. Ma almeno si sarebbe ufficializzato che nel merito poteva esistere un’altra verità. Mi ricorda Sophie».

    Sophie?

    «La protagonista del romanzo La scelta di Sophie, la donna che rinchiusa in un campo di concentramento ha la possibilità di salvare solo uno dei suoi due figli ma non riesce a decidere quale e questa maledizione la perseguiterà per tutta la vita».

    E il giorno della sentenza?

    «Quando in tv lo vidi apparire in aula, guardandolo in volto capii che non aveva seguito i miei consigli. L’ho incontrato nelle ore e nei giorni successivi, sono stato anche cattivo con lui, e oggi un po’ me ne dispiace».

    E lui?

    «Un giorno stavamo a cena e all’ennesima critica si inalberò e scappò di casa. Non voleva sentirsi dire che aveva sbagliato, e forse andò poi a colloquio da Berlusconi per liberarsi di questo peso».

    In che senso?

    «Quando lui si è sentito rimproverare dai suoi pochi amici la cosa gli ha fatto male perché sapeva che gli dicevamo la verità. E qui probabilmente venne fuori la sua anima cattolica e liberale: andare a confessarsi dalla vittima, espiare il peccato».

    Addirittura?

    «Ci sta, chi l’ha conosciuto davvero non può stupirsi. Era il suo piccolo risarcimento personale al fatto di aver fatto parte suo malgrado a quello che lui stesso ebbe a definire un plotone di esecuzione».

    Questa cosa ha incrinato la vostra amicizia?

    «Per niente, e le dirò neppure la stima. Franco è un giudice che si è battuto da sempre contro la malagiustizia, lo ha fatto a modo suo, con le sue paure e le sue indecisioni proprio perché era un uomo probo, onesto e profondamente rispettoso delle istituzioni».



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