Nella guerra sui pieni poteri Conte fermato da Pd e Renzi

Lug 24, 2020

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    Giuseppe Conte ha scoperto nel giro di poche ore (e con una certa costernazione) che, all’indomani della maratona di Bruxelles sul Recovery fund, da cui è tornato cingendosi di alloro, il suo cammino in patria non si è trasformato d’incanto in una marcia trionfale.

    Nel Consiglio dei ministri notturno (secondo l’abitudine ormai inveterata di questo governo) di mercoledì, non è riuscito neppure a farsi dare il via libera alla proroga dello stato di emergenza che scade alla fine di luglio, e che già – dopo le tirate d’orecchi arrivate a metà mese dal Colle, e la scesa in campo di giuristi del calibro di Sabino Cassese, che lo aveva paragonato a Orban – aveva ampiamente decurtato nella durata: non più fino al prossimo 31 dicembre, come sognava, ma solo fino al 31 ottobre.

    Contro la proroga si scatena l’opposizione, sia pur con toni diversi, promettendo battaglia in aula. Ma anche in maggioranza, però, il premier si è ritrovato a fronteggiare le obiezioni non solo di Italia viva, ma dello stesso Pd e dei Cinque stelle, entrambi preoccupati soprattutto dal rischio di fare un nuovo sgarro al centrodestra: «Bisogna prima passare per il Parlamento, devi spiegare lì le ragioni per cui la proroga è necessaria, altrimenti ci accuseranno di aver fatto una nuova forzatura», gli è stato fatto insistentemente notare. Con conseguenze rischiose, gli hanno spiegato: i voti almeno di una parte del centrodestra serviranno come il pane per far passare il prossimo sforamento di bilancio. Per non parlare del Mes, se mai Conte trovasse il coraggio di chiedere di attivarlo, come lo spinge a fare il Pd e come lo stesso ministro della Sanità Roberto Speranza gli ha ripetuto anche nelle scorse ore: «Quei soldi sono indispensabili se vogliamo rimettere in piedi il sistema sanitario».

    Così il premier, che mercoledì sera aveva fatto trapelare che la proroga di sei mesi dello stato di emergenza sarebbe stata varata dal Cdm, ha dovuto frenare, annunciando la sua intenzione di «andare prima in Parlamento». In tempi rapidi: martedì sarà in Senato, il giorno dopo alla Camera, a piegare perché, senza proroga, in autunno non ci saranno banchi scolastici né mascherine. Né la possibilità per il governo di intervenire immediatamente per isolare nuovi eventuali focolai. Seguirà, in entrambe le Camere, il voto di una risoluzione. Nella quale la stessa maggioranza, spiegano dal Pd, «limiti e paletti di contenuto ai provvedimenti di emergenza che il premier potrà in futuro prendere».

    L’annuncio del passaggio parlamentare però non sembra rabbonire le opposizioni. Salvini, uscito piuttosto indebolito dall’accordo europeo, sul cui fallimento scommetteva, cerca di recuperare le parole d’ordine anti-stranieri, creando un acrobatico nesso tra sbarchi e stato di emergenza, e minaccia barricate in Parlamento: «Il governo importa migranti infetti come strategia per continuare lo stato di emergenza. Ma non li faremo uscire dal Parlamento.

    Più sobriamente, la capogruppo Fi Bernini parla della proroga come di «una scelta forzata: se l’intenzione è quella di imporre al Paese lo stato di emergenza finché tutti i focolai saranno azzerati, va controllato il flusso di migranti».

    I governatori di Regione del centrosinistra si schierano a favore della proroga: «È doverosa, anche se non serve fino a fine anno», dice l’emiliano Stefano Bonaccini. «Decidere di non prorogarlo equivarrebbe ad un rompete le righe pericoloso», incalza (per conto del governatore nonché segretario dem Nicola Zingaretti) l’assessore alla Sanità del Lazio D’Amato. Il campano De Luca attacca addirittura il governo per le lentezze: «Siamo già in ritardo, se resta questo clima di rilassatezza e deresponsabilizzazione non arriviamo neanche a settembre», denuncia. Diversa l’opinione del leghista Attilio Fontana, presidente della Lombardia: «In questo momento la proroga non è molto giustificata, mi pare una questione superata».



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