Riccione. Intervista all’autrice de “L’Amore salvato”, un romanzo tratto da una storia vera che si sviluppa tra Mantova, Milano Riccione ed Auschwitz

Ott 5, 2017

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    L’intervista di Anna Bonanni all’autrice del libro

    Olga Mattioli è giornalista, scrittrice, già responsabile della Fondazione culturale Valori Tattili di Asset Banca di San Marino. E’ laureata in archeologia e ha scritto un libro sull’archeologia riminese che è stato introdotto da Valerio Massimo Manfredi. Ma la sua vera passione sono le lettere e di libri ne ha infatti parecchi nel cassetto. Quest’anno ne sono stati pubblicati due, uno di racconti dal titolo ‘Una memoria di Corot’ e l’altro è il romanzo ‘L’Amore Salvato’. Un romanzo che prende le mosse da una storia vera che si sviluppa tra Mantova, Milano Riccione e purtroppo Auschwitz, il luogo dove verrà sterminata la famiglia della protagonista che per questo non troverà mai pace e che alla fine deciderà di non essere in grado di vivere la sua nuova vita. “La mia famiglia – si legge nel libro – ha sempre rappresentato per me l’eternità ed io non ho davvero mai immaginato di vivere lasciandomi loro alle spalle”.

    E c’è chi tutto quel dolore lo ha dovuto ereditare per forza, il figlio della protagonista del romanzo, Maurizio Oddone che ha accompagnato l’autrice per presentare il romanzo assieme a lei.

     

    Ma lasciamo la parola ad Olga, come nasce l’idea di questo libro?

     

    L’idea di scriverlo mi è venuta subito, appena un attimo dopo aver ascoltato la storia. Non perché si trattava della famiglia di mio marito, Maurizio è mio suocero, ma perché c’era nella storia di Clelia qualcosa di unico che doveva assolutamente essere raccontato. Io ho soltanto provato ad esserne all’altezza.

     

    Cos’ha di speciale la storia di Clelia, di ebrei in fondo ne sono stati salvati tanti.

    Sì è vero ma lei non voleva essere salvata e ha sempre rinfacciato a Giovanni, colui che rischiando tutto l’ha messa al riparo per poi prenderla in moglie alla fine della guerra, di aver giocato a nascondino mentre i suoi prendevano parte alla grandiosa festa della morte.

     

    Alla fine infatti muore.

    Sì muore dopo aver speso gli anni più belli della sua vita, quelli passati a Milano con Giovanni e Maurizio, a combattere contro la propria disperazione.

     

    Intreccia nel frattempo anche una relazione con un altro uomo

    E’ vero tuttavia questo, ci tengo a precisarlo, visto che Maurizio è presente, non è emerso dalle lettere, dai documenti o dai racconti che mi sono stati fatti. Il personaggio di Clelia prende le mosse dalla vera Clelia Vitali ma poi vive di luce propria e fa cose che nella vita probabilmente non le sono nemmeno mai passate per la mente. Ho pensato a una relazione come all’estremo tentativo di Clelia di riappropriarsi della propria vita, di far scorrere dentro di sé nuova linfa vitale.

    “Clelia rispose a questa missiva e a molte altre purtroppo non tutte conservate nel suo diario. Proprio lei che non aveva mai avuto l’abitudine di entrare in confidenza con un certo tipo di persone, questa volta al contrario non volle rinunciare a prendere carta e penna. Cos’era accaduto? Nulla che avrebbe potuto spiegare ad altri o anche semplicemente a se stessa. Ebbe all’improvviso la sorprendente coscienza di uno strano ampliarsi del proprio essere: qualcosa come una irrequietezza, un’ansia di cose nuove e lontane, una sete di sentirsi libera e finalmente dimentica del suo dolore. Com’era stata severa nei suoi rapporti con gli uomini in passato! E che cosa era cambiato ora? Ma di spiegare alcunché ad altri non le passava nemmeno per la testa e quanto a sé, per la prima volta in tutta la vita sentiva di non volersi dare alcuna spiegazione, del resto quella coscienza che sempre le rimordeva, la lasciava insolitamente tranquilla, come dormisse”.

     

    Poi però la disperazione assale Clelia ancor più duramente

    “Aveva fatto tutto per dimenticare ma ora che ci riusciva era ancora peggio. Vi era in lei qualcosa di perfettamente immobile, di perfettamente doloroso, di perfettamente irrimediabile.

    Rivide Antonio nei giorni seguenti quando lui venne a cercarla proprio a casa sua. La trovò con l’aria oppressa e gli occhi invasi di una tristezza che raccontava come si vede l’inferno da lontano. Guardava la donna che aveva perduto quasi deliberatamente e che non sopportava di sapere perduta. Un pensiero nella mente cominciò a guadagnar terreno: ‘quando suo marito tornerà gli chiederò il permesso di portarla via, curerò la sua anima e le restituirò la vita che ha perduto’. Ma era troppo vecchio per assecondare i pensieri e i desideri, troppo vigliacco per guardare dentro a quell’inferno e condividerlo. E poi sapeva che Clelia lo avrebbe respinto con tutte le sue forze, le poche che aveva, quelle che ancora per un po’ l’avrebbero tenuta in vita come per inerzia. Di quelle forze lui con il suo gesto, con il suo volerla amare a tutti i costi ne aveva consumato la gran parte, mai più quella donna sarebbe stata tanto appassionata, avrebbe manifestato un gusto così bizzarro per la vita. La strinse a sé un’ultima volta, contemplò il suo viso soffuso da una morbida malinconia e la lasciò”.

     

    Clelia non riesce a vivere e respinge con entrambe le mani il pensiero di una vita felice con suo marito e suo figlio. Sua sorella invece dopo la scomparsa di Clelia fa di tutto per vivere lei quella vita fatta di agi, di benessere, di nuova felicità.

    Rita è un personaggio positivo e luminoso che dopo aver perduto suo figlio e sperimentato il dolore eredita quasi il cinismo dei suoi aguzzini. E’ l’esempio di come ad un dolore così atroce ognuno reagisca a modo suo. Chi rifiutando di vivere, chi invece sentendosi in diritto di prendere il più possibile, anche a scapito degli altri, a titolo risarcitorio.

     

    Lasciamo ora la parola a Maurizio Oddone, che effetto le ha fatto la pubblicazione del libro?

    Non penso che le cose accadano per caso ed io ho sempre saputo che questa storia avrebbe trovato la sua strada. Per questo ho continuato a raccontarla e sempre continuerò a farlo. Sono troppo emozionato per trovare le parole, dire che sono orgoglioso del libro sarebbe dire soltanto una minima parte di ciò che provo da quando esso è uscito. Sento ancora forte la responsabilità della mia testimonianza e tuttavia ora sono tranquillo perché sento che il seme ha dato il suo frutto, che dalla sofferenza è nato anche qualcosa di buono. E che per questo il futuro delle mie adorate nipoti potrà essere migliore e forse più umano.

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